GIORNALI DI TRINCEA
Francesco Maggi
«Al principio della nostra guerra, e lungo tempo dopo che fu dichiarata, si deplorava alla nostra fronte la mancanza di giornali che costituissero un legame spirituale tra i combattenti e le retrovie, e tenessero nello stesso tempo, informati i soldati degli avvenimenti che vi succedevano. Tardi ma anche in Italia si giunse a comprendere l’opportunità di questo giornalismo speciale, dopo aver permessa con una certa larghezza la diffusione della stampa quotidiana nelle trincee»¹.
Esaminiamo cosa riporta a tal proposito in un suo testo il filosofo Giuseppe Lombardo Radice, collaboratore del giornale di trincea “L’Astico”:
«Furono creati i giornali di trincea, ricchissima letteratura di guerra alla quale collaboravano i soldati stessi, con scritti, con disegni, con caricature. Ogni Armata aveva il suo, ma ce n’erano tanti, emanazione di enti minori, e tanti modestissimi fogli con tirature irrisorie, stampati a poligrafo, venivano redatti da piccolissimi reparti. I giornali di trincea educavano, divertivano, istruivano. E il fante aveva il vero gusto del giornale suo, fatto da lui, del quale conosceva spesso gli umili e simpatici redattori, e nel quale vedeva celebrato il suo reparto e rappresentata la sua vita d’eccezione con amabile umorismo. {} Ecco la propaganda. O credevate che la propaganda consistesse nel mandare un avvocato, un professore o magari un deputato a fare il “discorso”? Si fece anche questo, ma ci si moderò, perché il discorso è cosa da riservare alle solennità, e poi perché al soldato non piaceva che venisse nessuno a fargli la predica. La propaganda coi discorsi si faceva agli ufficiali più giovani»².
Dal testo si evidenziano due aspetti caratteristici dei giornali di trincea della Grande Guerra: furono la prima forma ufficiale di propaganda sia verso i combattenti che verso il Paese. Da notare che nel primo conflitto mondiale si parlava solamente di propaganda e contro propaganda ed era totalmente assente l’idea che la conduzione della guerra potesse essere condizionata da pressioni di influenza psicologica da esercitare sia sulla popolazione del Paese sia a sostegno delle proprie forze armate. Il concetto di “guerra psicologica” era una branca sconosciuta per le Forze Armate italiane ed il vago intervento di sostegno si limitava a spiegazioni e/o commenti del regolamento di disciplina.
La seconda importante caratteristica si evince dal termine “istruivano” per cui possiamo ben considerare tali pubblicazioni come la prima forma, sia pure involontaria, di alfabetizzazione di massa.
Una peculiarità dei giornali di trincea è quella di essere un documento storico originato dalla Circolare 2293/S.I. Sez. U del 29 marzo 1918 firmata dal Col. Odoardo Marchetti Capo Ufficio Informazioni, avente per titolo: «Scambio reciproco dei giornaletti satirico-umoristici e delle pubblicazioni per la propaganda patriottica fra le truppe». Tale circolare recitava testualmente: “Ѐ definitivamente approvata la compilazione dei giornaletti satirico-umoristici di Armata, da diffondersi tra le truppe il più largamente possibile, ai quali, come già si pratica, i militari saranno ammessi a collaborare. Simili giornali potranno essere compilati anche da minori unità (questi con mezzi propri), sotto la sorveglianza degli Uffici Informazione”. A seguito di questa circolare tali pubblicazioni da fogli di intrattenimento ilare e sovente con valenza regionale si tramutavano in importante documentazione storica, sia pure per un breve e circoscritto periodo, ricevendo l’attestazione di ufficialità da parte del Comando Supremo. Dalla terminologia utilizzata nella circolare istitutrice “giornaletti satirico-umoristici” si può giustamente avallare l’ipotesi che la circolare medesima non sia stata originata da una valutazione autonoma del Comando Supremo bensì da pressanti inviti da parte dell’Intesa; tutte le nazioni in guerra infatti avevano i loro giornali di trincea che da tempo sviluppavano il compito di vegliare sul morale dei rispettivi eserciti.
Quanto all’impostazione, al contenuto dei giornali, non troveremo mai la cronistoria di un combattimento, il resoconto di una battaglia dalle sorti favorevoli oppure avverse, di un atto eroico o di codardia, di prigionieri catturati o di perdite subite. Le impressioni di un cronista occasionalmente presente ad azioni guerresche si potevano visualizzare soltanto nei quotidiani come conseguenza e previo “placet” di istruzioni provenienti dal Comando Supremo, (Art. 1 del R.D. 23 maggio 1915 n. 675 G.U. 128 Straordinaria – Provvedimento in materia di stampa, che vietava la diffusione di notizie militari non provenienti da fonti ufficiali); nella letteratura di trincea queste notizie erano assolutamente inesistenti. Del resto i pochi eventi bellici rappresentati in maniera vaga e frammentaria forniscono solo lo spunto per una caricatura, per una poesia, per una trovata che possa, suscitando l’ilarità dell’occasionale lettore, ribadire due concetti fondamentali: la propria forza e la debolezza dell’avversario.
Dopo i primi numeri, almeno nei giornali con edizioni più numerose, corroborati anche dal conforto di successi militari che avevano riacceso la speranza e la consapevolezza di poter ribaltare le sorti del conflitto, la riconquistata fiducia veniva amplificata nel disegno, nella caricatura, nella satira, nell’umorismo che permeava ogni foglio stampato. Occorre rammentare, per inciso, che erano ancora incombenti dal punto di vista psicologico gli effetti devastanti della rotta di Caporetto. Le idee si tramutavano in vignette umoristiche e canzonatorie forse più idonee a rappresentazioni goliardiche studentesche che non a trattazioni delle tragedie della guerra. Era anche necessario usare un linguaggio che si accostasse maggiormente alla modesta capacità intellettiva delle masse, che toccasse vivamente il sentimento piuttosto che le ragioni del conflitto poco sentite, una impostazione che privilegiasse immagini di grandi dimensioni con colori vivaci e poco testo scritto in considerazione del fatto che la maggioranza dei soldati aveva poca dimestichezza con la parola scritta e tantomeno con argomenti di una certa levatura intellettuale vista la preponderanza di elementi semi analfabeti o addirittura del tutto analfabeti,
Nessuna meraviglia nell’utilizzo di una terminologia talvolta fanciullesca, in una formula di naturale osmosi adulto-bambino che veniva preso in prestito da parodie già collaudate dal «Corriere dei Piccoli». Potrebbe essere la conferma di una tesi formulata da tanti che i nostri combattenti non erano ancora preparati dal punto di vista psicologico a cimentarsi in una guerra, specialmente prolungata e comportante logorio psicofisico. La memorialistica e tutte le testimonianze disponibili concordano nel descrivere la partecipazione di una larga parte dei soldati come dominata da passività e rassegnazione senza il dinamismo e della consapevolezza circa le motivazioni del conflitto.
Gli intenti dei loro ideatori erano precipuamente quelli di esorcizzare il conflitto cercando di affievolire la realtà cruda e drammatica e nel contempo pubblicizzare, propagandare la guerra. Curiosa questa tesi ed anche rischiosa non vertendo su comprovate ipotesi reali, ma intanto l’operazione era partita lanciandosi in una sfida che poteva apparire fumosa, fuori da ogni logica, impossibile, ossia quella di quasi “far amare” la guerra ed entusiasmarsi talmente ad essa da accantonare i cupi pensieri. «La guerra è amara, addolciamola con l’allegria». Questa, una sorta di slogan, è la sintesi del messaggio-invito programmatico lanciato da Ardengo Soffici ne «La Ghirba» giornale di trincea delle Armate di Riserva (V e IX), un condensato di buonumore e di scanzonata filosofia della guerra ammantata da interventi satirici e caricaturali volti ad esorcizzare l’incombente pericolo di lasciare esattamente la ghirba, in gergo la propria vita, ai bordi delle trincee.
L’importanza di questa tipologia di pubblicazioni è comunque dimostrato dagli ingenti capitali investiti nell’impresa e dalla pubblicazione più o meno costante anche in periodi di crisi della carta che ebbe il suo picco fra luglio e ottobre 1918.
I collaboratori, oltre ai militari che si improvvisarono scrittori ed artisti, furono gli intellettuali-letterati, giornalisti professionisti e di occasione, abili illustratori, sia nella zona di guerra che nel Paese, in una felice collaborazione tra le categorie che si immersero in questa nuova iniziativa con prospettive, all’inizio, nebulose. L’arduo compito consisteva nel contribuire al sostegno psicologico del soldato e nel contempo promuovere la propaganda, intesa come diffusione delle informazione al contrario di quanto sovente accadeva nei giornali austro-tedeschi che manipolavano notizie ed idee.
Non si conosce, e probabilmente questa potrebbe essere considerata una lacuna, la tiratura di tutte le testate che possono comunque fregiarsi del comune merito di aver operato sia come supporto psicologico per i nostri combattenti che come un memorabile collegamento spirituale con il resto del Paese.
¹A. LANCELLOTTI su “Problemi d’Italia” anno 1, n. 7, dicembre 1924
²G.L. RADICE, Nuovi saggi di propaganda pedagogica, G.B.PARAVIA & C., Torino 1922, pp. 31-32.